3 Febbraio 2021

PMA ai tempi del COVID-19: quale è lo stato dell’arte?

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Lo scorso gennaio, il professor Antonio La Marca, Specialista in ginecologia ed ostetricia fisiopatologica della riproduzione umana e Coordinatore Clinico della Clinica Eugin di Modena, ha tenuto un importante corso organizzato da ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology), il principale riferimento europeo per la Medicina della Riproduzione.

L’obiettivo del seminario era aggiornare i colleghi specializzati in questa particolare branca della Medicina in merito a come affrontare i trattamenti di Procreazione Medicalmente Assistita durante la delicata fase della pandemia da COVID-19, in particolar modo per quanto riguarda le possibili conseguenze sulle nascite nel caso in cui i percorsi dovessero essere interrotti.

Un recente studio britannico condotto su circa diecimila cicli ha infatti evidenziato come un ritardo di sei mesi sull’inizio del trattamento di PMA generi una significativa perdita delle possibilità individuali di ottenere la gravidanza, con una riduzione delle percentuali di successo tanto più evidente quanto più elevata è l’età della donna o laddove la paziente soffra di infertilità di causa nota e obiettiva. Al contrario, la riduzione nei tassi di successo risulta più contenuta nelle coppie affette da infertilità idiopatica, ossia inspiegata, perché compensata dalla possibilità di ottenere, in quei sei mesi, una gravidanza spontanea.

Per quanto riguarda l’Italia, si ritiene che i trattamenti di PMA non effettuati nei mesi di marzo e aprile 2020 condurranno a circa 4500 nascite in meno, stima che potrà essere confermata proprio nei prossimi mesi.

Il professor La Marca ha spiegato che l’incontro organizzato da ESHRE si è posto l’obiettivo della massima diffusione delle conoscenze relative alla PMA ai tempi del COVID, in modo da continuare ad assistere i nostri pazienti in massima sicurezza, rispettando il loro diritto a ricevere assistenza sanitaria.

Gli effetti del COVID-19 sull’apparato riproduttivo femminile e maschile e possibilità di contagio del feto

Tra i vari argomenti trattati durante il corso ESHRE figura quello relativo agli effetti del COVID-19 sull’apparato riproduttivo femminile e maschile e alla possibilità di contagio del feto.

Recenti studi hanno confermato che nell’uomo non è stata rilevata la presenza del virus nella sua forma infettiva nel liquido seminale, suggerendo dunque l’assenza di trasmissione virale sia durante il contatto sessuale che in caso di trattamenti di Procreazione Medicalmente Assistita. Esiste comunque il sospetto che il virus SARS-CoV-2 possa infettare gli organi riproduttivi maschili, dal momento che mostra trofismi per il tessuto testicolare e l’epididimo. È dunque suggerito ai pazienti positivi un follow-up negli anni a seguire per quanto riguarda sia la funzione endocrinologica che quella riproduttiva.

Per quanto concerne invece le donne, sebbene esista un rischio teorico di infezione da SARS-CoV-2, il recente studio condotto proprio da Clinica Eugin e pubblicato sulla rivista scientifica Human Reproduction ha evidenziato la totale assenza di tracce del virus nei gameti su due pazienti risultate positive il giorno del prelievo degli ovociti.

Infine, in merito alla possibilità di trasmissione verticale del virus durante la gravidanza, una recente ricerca condotta proprio in Italia e pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica ha evidenziato soltanto rari casi di conversione fetale endouterina dopo aver analizzato in modo seriato gravidanze positive al Coronavirus. In termini pratici, ciò significa che seppure possibile, la trasmissione del virus al feto rappresenta comunque un evento molto raro.

Quali procedure di PMA e come, durante il COVID-19

Dopo la ripresa dei trattamenti Procreazione Medicalmente Assistita, nell’aprile 2020, è stato possibile mettere in atto le linee guida di ESHRE e ASRM (American Society for Reproductive Medicine) per una gestione dei pazienti in completa sicurezza.

Nello specifico, ESHRE ha sottolineato l’importanza della misurazione degli anticorpi durante il percorso di PMA, pur tenendo conto dei falsi negativi del test sierologico durante il triage del paziente acuto, dal momento che la sierologia si positivizza soltanto a distanza di qualche giorno dall’infezione.

L’attuale disponibilità di tamponi antigeni rapidi, alcuni dei quali con una sensibilità pari addirittura al 97,6%m, consentono ora alle cliniche di PMA di gestire in modo del tutto autonomo la diagnosi di COVID-19 che, all’inizio della pandemia, era invece sotto il controllo esclusivo governativo o dei Servizi Sanitari Nazionali in ciascuno dei Paesi europei.

Commenta il prof. La Marca: “Abbiamo a disposizione diverse alternative, ma, per un triage efficace, resta sempre fondamentale lo screening preliminare, con indagine relativa alla storia del paziente, alle sue condizioni di salute e ai contatti a rischio con pazienti COVID nei periodi precedenti all’accesso alla clinica.”

La stimolazione ovarica nelle cliniche di PMA COVID-compliant

Il professore continua spiegando che, nel corso degli ultimi mesi, sono state messe a punto svariate strategie per la stimolazione ovarica per programmi di PMA “COVID-19 compliant”, tenendo presente una serie specifica di obiettivi da raggiungere: la riduzione della presenza fisica in clinica grazie alla telemedicina; la riduzione del numero dei monitoraggio (prelievi ed ecografie); l’ambizione al rischio di zero complicanze e alle gravidanze singole e sicure.

Per ottenere tali risultati e ridurre al minimo i rischi, si procede evitando per quanto possibile una risposta ovarica alla stimolazione caratterizzata da eccessivo ingrandimento delle ovaie. Tale condizione riguarda normalmente il 17 – 28% dei casi e queste pazienti possono essere esposte ad alcune complicanze, come la torsione ovarica o il sanguinamento al recupero ovocitario.

La personalizzazione della terapia, già importante nella pratica clinica quotidiana di Eugin, è dunque divenuta indispensabile per cercare di azzerare il rischio di iper-risposta.

“I dati confermano che possiamo adottare delle strategie di semplificazione del monitoraggio follicolare, in modo da ridurre il rischio di contagio legato ai frequenti spostamenti,” commenta il prof. La Marca, spiegando che un sondaggio condotto su 70 centri di PMA in Italia ha evidenziato la non necessità di monitoraggi frequenti, volti a modificare le dosi dei farmaci in corso d’opera, dal momento che soltanto nel 10% dei casi il medico optava per una riduzione della dose a fronte di una iper-risposta ovarica.

In termini pratici, ciò significa che soltanto 1 paziente su 10 necessita di un monitoraggio intensivo.

La vaccinazione contro il COVID-19 e le procedure di PMA

“In considerazione delle caratteristiche del vaccino (mRNA) e del rischio di contrarre l’infezione da COVID-19, si consiglia la vaccinazione specie nelle categorie a rischio per condizioni di salute o occupazione professionale, secondo le priorità stabilite dal Piano di Vaccinazione Nazionale,” continua il professor La Marca. “La vaccinazione resta una scelta personale e dovrebbe essere decisa in stretta consultazione con un operatore sanitario, dopo aver considerato i benefici e i rischi. Le pazienti che si sottopongono al vaccino possono accedere ai trattamenti di PMA dopo il secondo richiamo vaccinale.”

Ricordiamo che soltanto nei casi in cui la gravidanza sia combinata con fattori di rischio come diabete, obesità e malattie cardiovascolari la donna potrebbe essere maggiormente a rischio di contrarre una forma grave di COVID-19. Al contrario, il rischio di contagio per le donne in gravidanza in assenza di queste condizioni e per quelle in allattamento è analogo a quello della popolazione generale.

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