9 Agosto 2021

L’influenza dell’età maschile sui trattamenti di PMA: ecco i risultati della nuova ricerca

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Una nuova ricerca condotta dal dottor Marco Vitali, biologo del Centro di Medicina della Riproduzione Biogenesi, con il coordinamento dei dottori Mariabeatrice Dal Canto e José Buratini, rispettivamente direttore del laboratorio di Procreazione Medicalmente Assistita e coordinatore scientifico del Centro di Medicina della Riproduzione Biogenesi, punta l’obiettivo sull’influenza che l’età paterna potrebbe avere sull’esito dei trattamenti di PMA, specialmente laddove l’età della donna fosse avanzata.

Lo studio, condotto nell’ambito del Master in Tecnologie della Riproduzione Assistita dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, è particolarmente interessante perché analizza la tematica da una prospettiva inedita: quali sono gli effetti dell’età maschile sui trattamenti di procreazione medicalmente assistita quando questa viene analizzata in relazione all’età materna?

Prima di esplorare più a fondo i dati e i risultati dello studio, è importante ricordare il radicale cambiamento che da alcuni anni interessa lo stile di vita delle coppie, per le quali l’età in cui si ricerca una gravidanza è aumentata in modo sensibile.

Molte ricerche hanno assodato come l’età avanzata della donna rappresenti un fattore di rischio in termini di esiti riproduttivi, mentre sono ancora poco numerosi gli studi che indagano l’impatto dell’età del partner maschile sulle possibilità di concepimento.

Ciò che è attualmente noto è che, col trascorrere del tempo, nell’uomo si verificano effetti sul volume e sulla motilità del liquido seminale, che diminuiscono. Allo stesso tempo, si registra un incremento della frammentazione del DNA spermatico, mentre non vi sono certezze sull’impatto che l’età dell’individuo ha sulla concentrazione degli spermatozoi così come sul possibile rallentamento nel declino della qualità dello sperma in assenza di malattie croniche o di fattori di vita negativi.

Tuttavia, specialmente quando si valuta l’impatto dell’età paterna sull’esito dei trattamenti di PMA, gli studi finora effettuati risultano di difficile interpretazione poiché con considerano, parallelamente, il fattore dell’età femminile.

Cosa evidenzia il nuovo studio: l’effetto di età e stili di vita sulla qualità del liquido seminale

Lo studio recentemente condotto dai dottori Vitali, Dal Canto e Buratini nell’ambito del Master in Tecnologie di Riproduzione assistita presso l’Università Pompeu Fabra di Barcellona è una ricerca retrospettiva che ha l’obiettivo di valutare l’impatto dell’età maschile sulle caratteristiche del liquido spermatico, e la sua incidenza sui tassi di successo nella fecondazione, nell’impianto e nei bebè nati vivi nelle coppie che si sono sottoposte ai trattamenti di PMA.

Racconta la dottoressa Dal Canto: “Lo studio si è basato sui dati di 5.565 pazienti maschi del Centro di Medicina della Riproduzione Biogenesi – raccolti dal 2015 al 2020 – suddivisi in cinque gruppi in base all’età – gruppo A (da 25 anni a 34 anni), gruppo B (da 35 anni a 39 anni), gruppo C (da 40 anni a 44 anni) e gruppo D (più di 45 anni) – e ha preso in considerazione tre parametri di qualità del liquido seminale: volume dell’eiaculato, concentrazione di spermatozoi e motilità progressiva.”

Aggiunge inoltre che l’effetto dell’età paterna è stato valutato anche su pazienti sani, ossia con nessun problema di diabete, malattie cardiache, coagulopatie, neoplasie genitali, disturbi andrologici, fibrosi cistica e microdelezioni del cromosoma Y, e che conducevano uno stile di vita favorevole, ossia privo di consumo di sigarette, droghe e alcol.

“In questo modo, non solo abbiamo studiato come l’età paterna possa influire sulla qualità del seme, ma abbiamo anche analizzato come uno stile di vita favorevole e l’assenza di patologie siano associate a una maggiore qualità del liquido seminale: volume, concentrazione, numerosità e motilità erano associati a condizioni di salute e stile di vita favorevoli,” spiega ancora la dottoressa Dal Canto. “In entrambe le popolazioni, abbiamo osservato una significativa riduzione della motilità e del volume dell’eiaculazione con l’avanzare dell’età paterna e non abbiamo invece riscontrato alcuna riduzione significativa della concentrazione di spermatozoi.”

L’impatto dell’età paterna in relazione all’età materna nei trattamenti di PMA

Per valutare l’effetto dell’età paterna sugli esiti dei trattamenti di procreazione medicalmente assistita, i ricercatori hanno preso in esame 1.958 cicli con transfer a fresco avvenuti tra il 2015 e il 2019, che presentavano cause di infertilità inspiegata, legata a fattore maschile, fattore tubarico, fattore ovulatorio, ovaio policistico (PCO) o sindrome dell’ovaio policistico (PCOS). Sono invece stati esclusi casi di endometriosi e fattore genetico.

“Per valutare l’impatto dell’età paterna, i cinque gruppi sono stati suddivisi in base all’età della partner: minore di 37 anni e maggiore di 37 anni, dove i 37 anni rappresentano l’età dopo la quale si verifica un forte calo delle possibilità di sviluppo di ovociti ed embrioni. I dati ottenuti indicano un impatto dell’età paterna solo se correlato all’età materna avanzata: i tassi di impianto e di bambini nati vivi sono stati influenzati in modo significativo dall’età paterna solo nelle coppie in cui età paterna e materna elevate sono associate,” spiega ancora la dottoressa Dal Canto, concludendo che i dati attuali “suggeriscono un’incidenza negativa dell’età paterna sui parametri legati alla qualità dello sperma e dimostrano una influenza rilevante sugli esiti dei trattamenti di PMA, solo se contemporaneamente presente anche una età materna avanzata.”

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